L’edicola dei Mort de San Cerech

by Riccardoa

Percorrendo la Strada Costiera che da Porto d’Adda conduce a Villa Paradiso s’incontra un’edicola sacra dalla forma elegante e con all’interno un’urna di vetro contenente ossa umane.
La costruzione di questo tempietto risale al 1928 ed è stato voluta dall’allora parroco di Porto, don Giulio Ambrosiani, sia per onorare i soldati di Porto morti nella Prima Guerra Mondiale, della quale ricorreva quell’anno il decennale della Vittoria, sia per dare una sistemazione più degna a dei resti umani conservati sul posto in una precedente cappelletta ormai cadente.

L’edicola fu costruita dalla società Edison con uno stile che riprende quello della centrale idroelettrica “Carlo Esterle” di Cornate, completata nel 1914, replicando su scala più piccola gli stessi elementi architettonici e ornamentali: colonnine e decorazioni a graffio.
Proprio questi poveri resti hanno dato all’edicola il nome “i mort de San Cerech”, perché si pensava appartenessero ai soldati periti nella battaglia avvenuta qui il 15 agosto 1705 tra le truppe austriache guidate da Eugenio di Savoia e quelle franco-spagnole guidate da Luigi Giuseppe, duca di Vendome, che si combattevano per la successione al trono di Spagna, dopo la morte del re Carlo II.

Eugenio di Savoia, nato e cresciuto alla corte di Luigi XIV, il “Re Sole”, rimasto orfano di padre in tenera età e trascurato dalla madre, fu allevato dalla nonna paterna che lo indirizzò, contro la sua volontà, verso la carriera ecclesiastica, tant’è che a Parigi lo soprannominarono l’abate Savoia. Ma Eugenio sentiva sempre più pressante la sua passione per le armi e chiese al Re di far parte del suo esercito.

Il netto rifiuto a questa sua richiesta lo sdegnò a tal punto che lasciò la corte parigina e si recò in quella imperiale viennese, dove l’imperatore Leopoldo I lo accolse volentieri nelle file del suo esercito consentendogli una rapida e gloriosa carriera.
Sceso in Italia l’appellativo abate si trasformò in chierico, cioè “cerech” in dialetto. Il “Santo” fu aggiunto più tardi dal popolo, quando i portensi vi si recarono in processione, durante le estati siccitose, per invocare la pioggia.

Nel luglio del 2006 la Pro Loco fece prelevare dall’urna due campioni ossei di scatola cranica per inviarli ad un laboratorio scientifico in Florida per accertarsi, con l’analisi del Carbonio-14, la possibile datazione dei reperti. Con grande sorpresa i risultati fecero scoprire un’altra realtà: i due individui a cui appartenevano le ossa analizzate sarebbero morti in due intervalli di tempo diversi a cavallo dell’anno 1000 d.C.
Questo significa che gli abitanti di Porto, nella loro semplice devozione, hanno custodito per secoli ossa risalenti all’Alto Medioevo, probabilmente ritrovate nel corso del lavoro nei campi.

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